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He Cha!

21/07/2011

 

Nella periferia sudoccidentale di Hangzhou si nasconde un piccolo gruppo di case denominato Dragon Well village, in cui è possibile degustare una tazza di tè secondo riti tradizionali, all’interno di splendide tea houses o anche all’aperto, seduti in mezzo al verde dei boschi.

 

Per la prima volta da quando sono in Cina visitando questo villaggio mi sono sentito veramente a disagio: le poche persone presenti, principalmente anziane, mi hanno guardato con stupore e forse un poco di fastidio, non essendo chiaramente abituate a vedere un lao wai (straniero) in un luogo che considerano ‘loro’, non adatto ai turisti né tantomeno di interesse per gli occidentali che vengono in Cina, presi come sono da centri commerciali e grattacieli ultramoderni. In ogni caso, un po’ per l’orario poco adatto (circa mezzogiorno), un po’ per il caldo atroce, mi sono allontanato dopo breve tempo senza sedermi e degustare il tè, lasciando questo piccolo luogo misterioso ai suoi più classici avventori.

Un antico detto cinese recita: sette sono gli elementi necessari in casa: il fuoco, il riso, l’olio, il sale, la soia , l’aceto e il tè. Inoltre tra gli studiosi delle discipline classiche gli elementi terreni di assoluta importanza nell’esistenza di ogni uomo, quelli per cui la vita vale la pena di essere vissuta, sono Musica, Scacchi, Calligrafia, Pittura, Poesia, Vino e Tè. Secondo la tradizione del Buddhismo Chán (da cui deriva il più conosciuto Zen giapponese) l’arte e il rito del tè, fissato da gesti curati nei minimi particolari e immutati da secoli, è un elemento assolutamente fondamentale per poter raggiungere l’unità tra Uomo e Natura.

Dal punto di vista più strettamente pratico, bere il tè in Cina ha rappresentato per secoli un modo per socializzare e rilassarsi, allontanandosi per un breve periodo nel corso della giornata dalle pressioni lavorative; al giorno d’oggi invece non è più soltanto un antico rito, ma è alla base di tutta la cucina della Terra di Mezzo: tè caldo, tè freddo, biscotti e dolci al tè, uova sode cucinate nel tè, latte e yogurt al sapore di tè: basta girare per supermercati e negozi alimentari, tradizionali e non, per vedere come il “cha” sia presente praticamente ovunque nella cucina cinese, alla base delle sue stesse origini e comunissimo anche nei piatti più moderni, esattamente come il riso. Praticamente tutti, uomini e donne di qualunque fascia di età,  vanno in giro con il loro thermos con le foglioline verdi in decantazione: è un elemento assolutamente irrinunciabile, quasi come il cellulare o il portafoglio in tasca.

La città di Hangzhou è alla base di questa cultura, sia in quanto è stata definita ‘la capitale Buddhista della Cina del Sudest” sia perché qui è nata la Longjing, la più nota e pregiata di tutte le varietà di tè verde cinese, alla base del rito zen della degustazione.

Per celebrare tutti questi aspetti circa vent’anni fa è stato aperto un museo immerso nel verde delle coltivazioni, in cui è possibile imparare tutti i segreti legati a questa bevanda e il modo corretto per prepararla, seguendo i canoni dell’antico Libro del tè di Lu Yu, in cui contano, oltre alla qualità delle foglie, anche il set di tazze utilizzato, il tempo di infusione, la diluizione, la temperatura e persino l’origine dell’acqua (l’acqua di fiume e di pozzo sono sconsigliate, occorrono acqua di montagna o di sorgente).

Ma come si prepara un buon tè “alla cinese”? Le differenze con la versione occidentale sono molte: innanzitutto qui è decisamente più diffuso il tè verde, o la particolare varietà Oolong, rispetto al nero che è raro e poco bevuto. Inoltre è più diluito anche se viene tenuto in infusione più a lungo, spesso con le foglie intere e non sminuzzate o essiccate. Di solito non viene zuccherato, e se si aggiunge il latte in genere è per una particolare versione di tè freddo che viene bevuto durante i pasti, che è chiamato, molto banalmente, milk tea.

C’è un’altra pianta, oltre a riso e tè, ad essere strettamente legata alla cultura cinese: il bambù.

Nel Guangxi ho potuto vedere case tradizionali costruite interamente in bambù, oltre a negozi specializzati nella vendita di prodotti realizzati unicamente con questo tipo di legno; mobili, bicchieri, vettovaglie, scope, bastoni, staccionate, tetti, persino scarpe e cinture sono create con il legno e le fibre di questa pianta di rara versatilità.

 

Qua e là è possibile vedere qualche ponteggio per le costruzioni ancora realizzato con i tronchi di quella che comunque, sorprendentemente, non è altro che un’erba: erba che viene tuttora coltivata, mangiata e utilizzata in mille modi, ed è alla base dello stile di vita di popolazioni tradizionali nel sud della Cina, in particolare nella splendida regione dello Yunnan. I germogli di bambù cucinati alla piastra sono una delle assolute prelibatezze della cucina cinese, e anche per utilizzi meno pratici la nostra erba gigante è protagonista assoluta, decorando i giardini e i parchi di tutta la nazione. Qui in Cina gli innamorati e i graffitari non scrivono il proprio nome sulla corteccia degli alberi, ma sui tronchi del bambù.

Questa pianta è famosa anche perché le sue foreste danno asilo a quella che è la mascotte del WWF, ma soprattutto un simbolo universale della conservazione della natura e anche della Cina stessa: il Panda maggiore.

 

È completamente inutile che ora incominci a tediarvi con le arcinote difficoltà riproduttive, la dieta esclusiva a base di bambù e quant’altro riguardi la biologia di questo animale, do per scontato che sappiate già tutto, bombardati come siete da documentari, articoli di Focus e National Geographic e campagne di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste.

Vi fornisco solo un paio di curiosità che forse non conoscete:  innanzitutto ho scoperto che da quando ho studiato questi animali all’università (ok, era il Paleolitico, ma tant’è) la loro popolazione allo stato selvatico si è quasi raddoppiata: da circa 1100 esemplari negli anni ’90 agli attuali 2000; inoltre si stanno introducendo da alcuni anni regolamentazioni particolarmente rigorose per la salvaguardia delle foreste di bambù in cui l’animale vive, cercando di evitare l’impoverimento dell’habitat e delle specie vegetali presenti: il panda maggiore si nutre difatti di germogli di bambù, e il fatto che esistano numerose varietà di tale pianta con differenti periodi di fioritura consente all’animale di trovare sempre  il nutrimento che gli occorre per sopravvivere. Grossi passi avanti si sono fatti in questo senso, ed è un ottimo segnale per il futuro dell’animale-mascotte.

Purtroppo non ho potuto vedere il panda nel suo ambiente, dato che si trova solo in alcune foreste del Sichuan ben lontane da qui ed è comunque molto difficile avvistarlo in natura; ciononostante il concetto fondamentale – ed è anche quello che molti ecologisti della domenica dovrebbero capire – è che non si può proteggere il panda se non si salva anche la foresta di bambù in cui vive, insieme a tutti gli altri organismi che la abitano e che fanno ugualmente parte dell’ecosistema, compresi bagarozzi e pantegane: non si deve tutelare un animale solo perché è carino, cuccioloso e piace ai bambini; quelli negli zoo non sono che surrogati semiaddomesticati e incapaci di vivere indipendentemente nel loro ambiente naturale, i veri panda si trovano solo in poche isolate zone di montagna della Cina centrale. Se l’intenzione è quella di consegnare alle future generazioni un mondo non impoverito delle sue bellezze naturali ok, se invece l’interesse è salvare soltanto il pelouche vivente, anche se messo dentro a un recinto per poterlo esporre al pubblico pagante, allora non ci siamo proprio. Qui in Cina comunque sembrano aver capito questo concetto fondamentale, speriamo sia così anche altrove.

 

Chiusa questa parentesi naturalistica, torniamo al lavoro: Agorà si prepara a salutare definitivamente Hangzhou: questa è l’ultima settimana allo Zhejiang Science and Technology Museum, la prossima tappa sarà la città di Jiaxing, di cui parlerò per bene nei prossimi giorni, a trasferimento avvenuto.

 

Per ora è tempo di tracciare un bilancio (ancora una volta ottimo, con tanti visitatori, in gran parte bambini) organizzarsi, raccogliere armi e bagagli, visitare quelle ultime attrazioni turistiche che ancora non si erano viste, e prepararsi a dare l’addio (o forse l’arrivederci, chissà?) alla nobile Città del Tè: Xie xie, Hangzhou: in fondo Marco Polo non aveva poi esagerato. Speriamo di rivederci, un giorno.

  

Zaijian,

fonso

2 commenti leave one →
  1. 22/07/2011 09:16

    Bel post Fonso, bravo!!!!
    E salutami Hangzhou!!

  2. 22/07/2011 14:39

    Grazie Lu! 🙂 Riferirò!

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