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Chop(sticks) suey!

06/08/2011

“Hello!”

“Hello! Huh, chefan le ma?”

“Chefan le ma! Good, do you speak Chinese?”

“No, no, just few words…”

“Ni shi na guò ren? Where are you from?”

“Wo shi Yidaliren, Italy”

“Ahh, Audalia, dué dué!”

“No, not Australia! Yidali, Italy, Italia!”

“…”

“Ehrr… noodles, you know? Pizza….”

“…”

“Venice, Rome, Na-po-li… Sicily?”

“Sicily? Godfader? Maf-fia? Aaaah, Yidaliren, Italia, cool, maf-fia, gangster, ratatatata..”

“Yes, we have also maf-fia, but it’s not cool, not ratatatata, it’s bad people”

“…”

“Well, nevermind.”

Gli incontri occasionali con la gente che ti ferma per strada e ti fa domande come se provenissi da Marte sono una delle parti migliori di questo viaggio. Ovviamente non parlo di Shanghai o Hangzhou, città turistiche dove i lao wai si incontrano frequentemente e la gente parla bene l’inglese, ma di posti come Jiaxing dove mi trovo ora, o Taicang, dove in due settimane di occidentali ne avrò incontrati sì e no cinque. Dai bambini che sgranano gli occhi, sussurrano qualcosa al papà o alla mamma e partono a fissarmi (e ai quali ovviamente rispondo al fissaggio, di solito condendo il tutto con un sorrisone per non spaventarli più di tanto) si passa alla gente per strada che ti saluta con un Hello o un How are you? occasionale, per arrivare ai più curiosi che si gettano in conversazioni  casuali, cercando di inquadrare la mia origine e quasi sempre tentano la carta australiano, che si trova piuttosto frequentemente in Cina. Probabilmente con qualche lentiggine in meno e un colorito un po’ più scuro passerei per pakistano, quindi direi che poco mi cambia, soprattutto per il fatto che Yidali e Audalia hanno due ideogrammi e relativi suoni in comune, quindi sono facilmente scambiabili e di sicuro in posti come questi di italiani se ne sono sempre visti ben pochi.

Il muro più invalicabile per un occidentale che cerchi di entrare in contatto con i Cinesi è sicuramente una lingua che, pur non essendo particolarmente complicata dal punto di vista della grammatica, mette a dura  prova la memoria di chi la deve imparare da zero: oltre 4800 ideogrammi nella sua versione semplificata, cinque suoni diversi per le vocali e un sistema di traslitterazione con i caratteri occidentali (l’Hanyu Pinyin) che non risolve tutto: shi, tanto per fare un esempio, significa tra le altre cose: l’affermazione sì, il verbo essere al presente, il sostantivo città e il numero 10. Il tutto, associato alla mia memoria da pesce rosso, è un discreto problema ma sono sicuro che ben pochi stranieri possano vantarsi di aver imparato il mandarino in pochi mesi: bisogna dare tempo al tempo. Pace, si studierà  senza fretta.

Un altro elemento di distacco, in questo caso però ampiamente superabile, è dato dal mangiare, o meglio dal modo di mangiare che si ha qui: ciotole, cucchiaio, e, soprattutto, bacchette.

Non ho avuto grossi problemi i primi tempi in Cina dato che sono un appassionato di sushi e sashimi e quindi avevo già una certa dimestichezza con l’utilizzo dei bastoncini, ma a lungo andare sono migliorato in maniera esponenziale, fino a raggiungere un livello di precisione che non avrei mai immaginato. Ora afferro senza grossi problemi oggetti scivolosi e guizzanti come uova di quaglia o verdure in salsa di soia, o di minime dimensioni come arachidi, piselli e addirittura chicchi di riso: a conti fatti con un po’ di esercizio il loro utilizzo non è per niente difficile se si ha la corretta impugnatura.

Per fortuna ho scoperto di avere già quella che è proprio la giusta impostazione, come mi hanno confermato i colleghi cinesi:

la bacchetta inferiore va appoggiata sull’anulare e tenuta fissa, quella superiore è mobile ed è afferrata  da pollice e indice, con il medio in mezzo alle due bacchette. La cosa mi ha stupito perché ero abbastanza sicuro che l’impostazione corretta non prevedesse il medio in mezzo alle due bacchette , ma sotto alla seconda: mi hanno detto che è un modo di prenderle sbagliato anche se molto diffuso persino in Cina. Quello su cui devo migliorare è il punto in cui le bacchette vanno afferrate, ovvero verso l’esterno e non poco dopo la metà come faccio io: tenendole così si può avere una presa più forte con minor sforzo e soprattutto domare i soy noodles, i cortissimi spaghetti di soia, ben diversi da quelli che si mangiano nei ristoranti cinesi in Italia; qui sono molto più corti, spessi, sdrucciolevoli e continuano a sfuggirmi, non c’è verso!

Oltre alla tecnica c’è anche il galateo: le bacchette non vanno usate per indicare una persona e in generale si usano solo per mangiare, non per fare gesti; nel tipico pranzo ‘a banchetto’, dove tutti mangiano le diverse portate presenti su una base rotante al centro di un tavolo rotondo, non si può prendere qualcosa, esaminarlo e poi posarlo di nuovo: l’hai preso, ormai è tuo! Inoltre non si infilza il cibo con le bacchette, non sono stuzzicadenti; non si leccano; non si infilzano in verticale nella scodella di riso: quello è un antico rito per venerare i morti che viene fatto unicamente davanti alle tombe o agli altari di famiglia.

Va detto che a livello di praticità le posate occidentali rimangono comunque più comode e più pratiche, non tanto per chi mangia (che comunque può adattarsi senza grossi forzi), ma per chi cucina: eh sì, perché forse non ci avete pensato, ma quello che arriva a una tavola in cui i commensali utilizzano le bacchette deve essere tagliato in pezzi sufficientemente piccoli da costituire un boccone! Alcuni amici mi hanno fatto notare che in effetti una gran parte del tempo che impiegano i cuochi cinesi per preparare le pietanze è dedicato al loro taglio in pezzi piccoli, e qua e là per le strade si possono vedere negozi interamente dedicati alla vendita di coltelli da cucina di ogni forma, misura e utilizzo possibili. Nulla da dire però sulla bellezza dell’oggetto in sé, infatti esistono anche negozi che vendono esclusivamente set di bacchette, spesso finemente ornate, come oggetto regalo; mi è venuto il dubbio che però questa sia più un’usanza turistica, avendo trovato questi chopsticks shops solo a Shanghai e Yangshuo e non nelle altre città. Indagherò…

 

Per  chi avesse nostalgia di casa c’è comunque un modo per mangiare spaghetti con la forchetta (!) che è diffusissimo qui in Cina: si tratta degli instant noodles, ovvero come prepararsi un pranzo rapido e più o meno completo in pochi secondi, spendendo qualcosa come 3 yuan a confezione (circa 30 centesimi di euro); si tratta di variopinte confezioni di cartone che si trovano in tutti i negozi e supermercati, spesso con etichette così accattivanti che è difficile resistere al loro richiamo.

All’interno si trovano degli spaghettini liofilizzati, una bustina di polvere simil-dado da brodo, delle spezie e un sacchettino con un condimento variabile (carne, pesce o verdure a seconda dei gusti) anch’esso liofilizzato. Il tutto insieme alla magica forchettina pieghevole che non manca mai.

Utilizzando quei bollitori elettrici che si trovano ovunque negli appartamenti e nelle stanze d’albergo cinesi si aggiunge acqua calda e si aspettano alcuni minuti.

Il risultato finale sono una sorta di spaghetti in brodo di solito molto piccanti e gustosi, a cui è difficile rinunciare una volta che si è entrati nel tunnel: creano veramente dipendenza, c’è poco da fare.

E questo nonostante quasi chiunque mi abbia detto che non sono proprio il massimo per la salute: ma perché, in fondo sono spaghetti in brodo, cos’altro ci dovrebbe essere dentro? In ogni caso guardando in giro mi è capitato di vedere gente mangiare gli instant noodles nei posti più disparati: per strada, in macchina(!), nei musei in cui ho lavorato (non i dipendenti, proprio i visitatori!) e persino in treno: ma dove diavolo l’hanno recuperata l’acqua bollente?!

Credo sarà uno dei misteri della Cina che mai riuscirò a risolvere. Mi concentrerò sul problema mentre mi alleno con le bacchette su un piatto di soy noodles, dato che il tutto dovrebbe impegnarmi per alcune ore.

(AGGIORNAMENTO: finalmente si è scoperta la verità! In quasi ogni locale, treno o persino bagno pubblico della Cina c’è un bollitore automatico che dispensa acqua calda gratuitamente per i milioni di passanti, viaggiatori e gente comune che bevono il proprio té in giro per il paese! Le sorprese qui non finiscono proprio mai…)

Zaijian,

fonso

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